5 Maggio 2026

Il credito alle PMI ristagna: cosa dice il report OCSE 2026 e perché riguarda anche le società immobiliari

I prestiti alle piccole e medie imprese italiane continuano a contrarsi. Lo dice il nuovo rapporto Financing SMEs and Entrepreneurs 2026 dell’OCSE, che monitora le condizioni di accesso al credito in 48 Paesi e che in queste ore sta rimbalzando sui media italiani con un focus specifico sul nostro Paese.

Il quadro generale è notevole. Nei Paesi monitorati i nuovi prestiti alle PMI sono cresciuti nel 2024 con una media del 5,7%, ma i volumi restano ancora inferiori del 4% rispetto al 2022 e lo stock complessivo di prestiti in rapporto al PIL si è ridotto in 25 Paesi su 41. I flussi nuovi ci sono, ma non bastano a compensare i rimborsi. Per le piccole imprese, in pratica, la situazione di partenza non migliora.

In Italia il quadro è ancora più delicato. I dati OCSE dicono che il credito alle PMI ha continuato a ridursi nel biennio 2023-2024, mentre per le grandi imprese la flessione è stata molto più contenuta. Il divario tra grandi aziende e PMI nell’accesso al credito si è quindi allargato, e gli standard di valutazione delle banche restano selettivi. Una situazione che chi gestisce un’impresa di piccole o medie dimensioni conosce bene, anche guardando i dati Unimpresa di febbraio 2026: i prestiti alle imprese italiane sono cresciuti solo dell’1,1% su base annua, con il credito a lungo termine in calo.

Il costo del credito rimane alto

Nonostante la fase di riduzione dei tassi avviata dalle banche centrali, in 34 Paesi su 39 analizzati dall’OCSE i tassi applicati alle PMI sono ancora superiori ai livelli pre-pandemia. L’allentamento della politica monetaria non si è ancora trasmesso pienamente alle condizioni reali di accesso al credito per le imprese più piccole.

A complicare il quadro si aggiunge la struttura del credito disponibile: la crescita si concentra quasi interamente sul breve periodo, quello che serve a coprire la liquidità operativa. I prestiti a lungo termine, destinati a investimenti in beni strumentali, tecnologia, espansione, continuano a calare. Un’impresa che riesce a pagare i fornitori ma non a investire resta competitiva nel breve, ma accumula un ritardo strutturale.

Banche più selettive, garanzie sempre più richieste

In 10 Paesi su 17, secondo il report, è aumentata la quota di PMI a cui viene richiesta una garanzia per ottenere un prestito. Un segnale diretto: in un contesto percepito come più rischioso, gli istituti di credito selezionano con più attenzione i debitori e chiedono coperture più ampie prima di erogare.

Factoring e leasing non bastano

Tra gli strumenti alternativi al credito bancario, il quadro è misto. Il factoring, utilizzato dalle PMI per anticipare i crediti commerciali, ha registrato un calo del 3% nel 2024. Il leasing, impiegato per l’acquisto di beni strumentali, è cresciuto solo dell’1,6%. Sono numeri che raccontano strumenti utili per la gestione operativa quotidiana, ma che difficilmente possono sostituire il credito bancario quando si tratta di sostenere investimenti più impegnativi.

Anche il venture capital, che pure è cresciuto a livello globale, restituisce un quadro a due velocità: la crescita si concentra in poche operazioni di grandi dimensioni, in larga parte legate all’intelligenza artificiale. Per le PMI tradizionali (manifattura, commercio, servizi) il beneficio reale resta limitato.

La direzione indicata dall’OCSE

Per i prossimi anni, l’OCSE indica come prioritaria la diversificazione delle fonti di finanziamento per le PMI. In particolare cita lo sviluppo degli strumenti basati su asset, come la maggiore diffusione di soluzioni digitali e l’impiego dell’intelligenza artificiale nella valutazione del merito creditizio. L’obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dal canale bancario tradizionale e avvicinare le imprese a forme di finanziamento più flessibili.

In questo scenario, una leva ancora poco esplorata dalle società immobiliari e dalle imprese che possiedono immobili in locazione riguarda direttamente il proprio patrimonio. Molte aziende hanno in portafoglio immobili commerciali, capannoni, uffici o spazi affittati a soggetti terzi, spesso con contratti pluriennali e tenant solidi. Quei contratti, nei fatti, rappresentano un flusso di cassa futuro certo. E proprio per questo monetizzabile.

Il Rental Advance in questo contesto

Il Rental Advance permette di trasformare i canoni di locazione futuri in capitale immediato. Per una società immobiliare o per un’impresa che ha in portafoglio immobili affittati a società di capitali, significa avere accesso a una liquidità che altrimenti maturerebbe negli anni successivi, senza intaccare il plafond bancario e senza cedere la proprietà dell’asset.

È lo strumento più vicino alla logica indicata dall’OCSE quando parla di “asset-based finance“: il capitale viene generato dai flussi che l’asset stesso produce, non da nuove garanzie o nuove linee di credito. In Italia il Rental Advance è oggi sviluppato da Rent2Cash con la linea Business, dedicata a operazioni di taglio medio-alto con tenant strutturati.

Il punto di vista di Rent2Cash

Quando l’OCSE parla di diversificazione delle fonti di finanziamento, parla esattamente del problema che noi vediamo ogni giorno parlando con le società immobiliari italiane. Hanno patrimoni che producono flussi di cassa certi, ma diluiti nel tempo. E quando arriva un’opportunità d’investimento, il credito bancario è spesso troppo lento per cogliere il momento.

Il Rental Advance è una leva in più che permette di realizzare un investimento, una ristrutturazione o un’acquisizione senza aumentare la leva finanziaria e senza dismettere asset. In un mercato del credito che si sta polarizzando sempre di più, è un’opzione che le imprese italiane stanno iniziando a conoscere.

Fonte: OCSE Financing SMEs 2026

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